Alla ricerca di risposte con Eugenio Montale

C’è stato un tempo in cui l’essere umano viveva in una realtà coesa, inserito in un contesto storico del quale poteva sentirsi parte. C’è stato un tempo in cui la vita di ognuno era come una lunga retta, tracciata in precedenza dalle origini, dalla società in cui si era inseriti. È possibile oggi dire lo stesso?

Sebbene crescere in un’epoca quale l’Ottocento poteva significare essere privati di molte delle libertà essenziali, in primis di quella di scelta, la contemporaneità più recente ci presenta una situazione totalmente opposta, dettata da una estrema libertà da un lato, da una fragile incertezza dall’altro. A partire dal secolo scorso, epoca segnata da due conflitti mondiali, da tensioni storiche di enorme portata, molti uomini di cultura hanno evidenziato nelle loro opere la crisi esistenziale che ha attraversato e ancora attraversa l’individuo contemporaneo. Questi è ora percepito come un essere fragile, incerto, inconsistente, ricco di domande ma con una comprensione parziale del mondo e di sé.

Tale condizione, tra le altre, è ben espressa nella poesia di Eugenio Montale, fulcro di una tradizione letteraria che si fa portavoce di ansie esistenziali attualissime che interrogano cercando certezze che la vita stessa ormai non può più dare. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe […] non domandarci la formula che mondi possa aprirti. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo e ciò che non vogliamo»1, afferma Montale, ovvero non è possibile trovare una risposta certa, sicura, univoca alla domanda ultima sulla propria esistenza, non esiste una «formula» che riesca a rispondere agli interrogativi sul mondo, il massimo che si può pretendere è escludere ciò che non si vuole essere o certamente non si è.

Se si pensa che il grande poeta inserisce questo breve componimento in apertura della propria raccolta Ossi di Seppia ben si comprende la portata della ricerca, una continua e quasi estenuante ricerca che non riuscirà a ricomporre tutti i pezzi del puzzle e a risolvere gli interrogativi. Talvolta capita di scorgere «l’anello che non tiene», «il barlume che vacilla», che qualcosa ci fanno percepire o perlomeno intuire sulla verità del mondo, ma questa presto ci sfugge come «il bambino a cui fugge il pallone tra le case»2 e noi siamo destinati a rimanere con i nostri incalzanti interrogativi, o a piangere su noi stessi senza risposta. Si tratta di una sensazione frustrante che crea quel senso di “arsura” tipico dei componimenti di Ossi di Seppia; un’aridità che è in primo luogo un’apatia vitale, dovuta alla privazione di un fine ultimo alle cose.

Sono questi elementi che ritroviamo soltanto nelle sue poesie? Riflessioni che non ci sfiorano nemmeno? In realtà molto di ciò che insegna Montale è facilmente riconducibile alla nostra quotidianità, specialmente a quella di molti giovani d’oggi, privati spesso di stimoli che spingano al conseguimento di obiettivi. Quel sentimento di apatia, quella ricerca di risposte che una società sempre più fluida e in divenire non è in grado di dare, è sicuramente all’origine di sensazioni simili a quelle descritte dal poeta, in questo per nulla antico nelle sue riflessioni. Quante volte è capitato di sentirsi come in «un’aria di vetro»3o vedere chi conosciamo vivere molti anni in un «riposo freddo» privato del fuoco impetuoso? Quante altre ci trasciniamo come se camminassimo lungo il famoso «rovente muro d’orto»4 colpiti dall’aridità vitale?

Questo sentimento è spesso il frutto di una mancanza di senso, di fatiche non appagate che creano quella nausea esistenziale e raffreddano la verve del singolo, portandolo ad una staticità che magari non caratterizzerebbe nemmeno la sua persona. Così ci descrive la situazione Montale, mostrando bozzetti paesaggistici che ben rendono l’immagine dell’uomo in balia delle proprie domande. Il poeta però non lascia precipitare ogni speranza nell’oblio, in fondo c’è sempre l’idea che un giorno l’uomo vedrà «compirsi il miracolo»5 e in qualche modo il suo vagare e la sua ricerca avranno una meta e una risposta ben precisa. Così Montale spinge il lettore a continuare a cercare, a non tralasciare le domande su di sé e sul mondo, sebbene questo ci sembri ostile o poco propenso a risolvere i nostri dubbi. Non abbandoniamo dunque l’intrinseca voglia di sperimentare, chiedere, conoscere, perché solo così un giorno vedremo forse quella luce epifanica attraverso le «malchiuse porte» di cui spesso parla il nostro poeta.

 

NOTE:
1 E. Montale, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2013, p. 29, da [Non chiederci la parola].
2 Ivi, p. 40, da [Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama].
3-5 Ivi, p. 42, da [Forse un mattino andando in un’aria di vetro].
4 Ivi, p. 30, da [Meriggiare pallido e assorto].


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