Alla (ri)conquista dell’ozio – La Chiave di Sophia

Ci sono concetti o termini che, ascoltati a scuola, ci restano impressi e sui quali torniamo a riflettere a distanza di anni. Personalmente mi è capitato molte volte ma, forse, nessun pensiero è ricomparso in maniera tanto prepotente nei miei ragionamenti quotidiani quanto quello della distinzione che gli antichi frapponevano tra otium e negotium. Si tratta di un concetto chiave per la cultura latina, una separazione netta tra i significati dei due termini che indicano appunto due “azioni” lontane tra loro eppure presenti nella vita di tutti i giorni. Se il sostantivo negotium indica l’occupazione come attività al servizio della res publica, l’otium è il tempo non occupato dalle attività pubbliche o politiche che, nella mentalità della Roma repubblicana, «era legittimato solo a patto che rappresentasse una pausa momentanea dall’impegno politico» (AA. VV., Insieme per la scuola, Palumbo Editore, p. 496). L’otium, dunque, per un certo periodo della storia antica, ebbe un’accezione se non propriamente negativa comunque subordinata alla grandezza delle attività concernenti la sfera del negotium mentre oggi la parola ozio, che deriva proprio da otium, sembra non contenere più alcun risvolto positivo ma essersi completamente “negativizzata”.

Nella nostra società, infatti, i momenti di puro ozio sembrano essere stati banditi, quasi vietati e, se ci capita di vivere delle ore “vuote” potremmo addirittura vergognarcene o esserne atterriti. Anche il solo pensiero di avere del tempo completamente libero, slegato da qualsiasi attività, potrebbe riuscire a spaventarci e metterci a disagio, generando uno stato di ansia. Per arginare questa spiacevole sensazione siamo così spinti a cercare di riempire completamente ogni spazio vuoto, ogni buco in agenda e, se non ci riusciamo, potremmo sperimentare su di noi un inedito senso di colpa perché realizziamo di star passando o che passeremo in futuro del tempo non produttivo in senso stretto, del tempo nel quale non stiamo producendo qualcosa. Le sensazioni finora descritte rientrano in un termine che ha coniato lo psicologo Rafael Santandreu: oziofobia, proprio per definire questo senso di paura, spaesamento e ansia di fronte al tempo libero; concederci momenti di ozio può innescare un senso di colpa che, a sua volta, proviamo a frenare creando una sorta di paradosso: rendere il nostro tempo libero produttivo. In questo i social network ci “aiutano” moltissimo; niente di più semplice, infatti, durante una piccola pausa che scattare una foto per postarla, registrare un video, scrivere un messaggio, dare una sbirciatina alle tendenze… tutto purché non possa esistere l’ozio e la, ancora più temuta, noia. Fare i conti con la noia, infatti, sembra essere diventato pressoché impossibile, tanto che non appena cerca di affacciarsi la ricacciamo immediatamente lontano aggiungendo un nuovo impegno, una nuova attività, evitando in questo modo di entrare in contatto con noi stessi, con le nostre emozioni anche negative e, allo stesso tempo, alimentando ancora di più l’oziofobia.

A complicare la situazione non si può omettere che, nella vita virtuale che molti di noi hanno costruito sui propri profili social, ci troviamo continuamente a confrontarci con altri individui – spesso sconosciuti – che, a loro volta, rimandano immagini sempre vincenti di sé e delle loro giornate, nelle quali noia e ozio non possono esistere. Questo porta pericolosamente a credere che sia, quindi, anche un nostro dovere impegnarci di più per rendere fruttuoso il nostro tempo libero incasellandolo in attività che devono obbligatoriamente rispondere a determinate caratteristiche: essere esteticamente curate, gratificanti, condivisibili. La realtà quotidiana trova, così, ben poco spazio in questa narrazione poiché nella cosiddetta società della performance: «Viene comunicato ciò che è positivo, ciò che può accrescere la propria immagine, aumentare il ranking. Per questo ciò che è negativo viene eliminato e nascosto e la realtà va aggiustata per entrare meglio in uno scatto […]»(M. Gancitano, A.  Colamedici, La società della performance, Tlon, 2019, p. 36)

In questa realtà altamente complessa che ci troviamo a vivere è nostro compito, seppure non semplice, riappropriarci del reale che è fatto anche di ozio e noia, di momenti non produttivi e silenzi che, non saranno performanti, ma fanno parte del nostro essere umani; imparare a non pretendere che ogni momento sia fruttuoso, tra l’altro, ci sarà di aiuto per abbracciare le tante sfaccettature che fanno parte di noi; solo così, proprio dando un nuovo spazio all’ozio e bilanciando i vari momenti della nostra esistenza, saremo poi pronti anche a essere maggiormente ricettivi nell’accogliere le sorprese che sempre la vita ha in serbo per noi.

 

NOTE
[Photo credit Daniel Canibano via Unsplash]


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