Da un pensiero di Seneca: dall’esclusione alla scoperta di sé

Non sempre la vita ci concede quello che desideriamo. Nonostante i nostri propositi e il nostro impegno, può accadere, infatti, di non riuscire a ottenere quello che vogliamo a causa, per esempio, di circostanze o di eventi a noi sfavorevoli. E questa esperienza di impossibilità e di sconfitta, piccola o grande che sia, non è mai facile da affrontare.

Possiamo, quindi, rivolgerci a Lucio Anneo Seneca, pragmatica figura della nostra antichità, per approfondire un particolare pensiero grazie al quale poter imparare a guardare oltre lo sconforto dell’insuccesso. Questo perché egli stesso, in armonia con il suo pensiero filosofico, mostrò di affrontare con grande forza di carattere il malvolere del potere imperiale. In particolare, Seneca, che considerava la perfezione della ragione come il bene dell’umanità più importante, fu costretto ad abbandonare Roma e a vivere in Corsica lontano da tutto quello che, per molto tempo, era stato il suo mondo; ma, possiamo ritenere, che egli, probabilmente, sebbene fosse stato obbligato all’esilio, non avesse mai smesso di continuare a coltivare sé stesso. Alcuni anni dopo, infatti, fu richiamato nella capitale proprio come precettore del futuro e giovane imperatore Nerone.

Vediamo, dunque, di indagare a fondo la seguente affermazione di Seneca contenuta nella sua opera La tranquillità dell’animo scritto in favore dell’amico Sereno:

«Non ti si potrà mai escludere da una parte del mondo tanto vasta che non te ne lasci a disposizione una ancor più vasta» (Seneca, La tranquillità dell’animo in Id., Tutta la vita per imparare a vivere, Bompiani, 2022, p. 27).

Ora, per prima cosa, possiamo rilevare che questa espressione possiede un grandissimo valore esistenziale poiché invita a vivere l’esclusione come scoperta di possibili altre e maggiori opportunità. Per Seneca, infatti, di fronte alle avversità della vita, è importante imparare a far perno sulla fermezza della propria interiorità. Questo perché la riflessione razionale della propria visione e condizione costituisce la ricerca e l’esercizio della propria saggezza. In particolare, per Seneca, «non c’è situazione tanto amara che l’equilibrio interiore non riesca a cavarne qualche motivo di conforto» (ivi, p. 38) poiché il buon uso della ragione rappresenta la decisiva chiave prospettica per modificare e gestire tutte le nostre disposizioni dell’animo.

A questo punto, quindi, risulta interessante approfondire come il proprio sé possa ritrovare e rafforzare se stesso a seguito dell’impossibilità di essere e di agire come avrebbe voluto. E, a tal proposito, osserviamo che Seneca, nell’immagine della sua espressione, fa riferimento a delle porzioni di mondo che, in diversa misura, possiamo avere a disposizione. Questa particolarità di visione è molto significativa poiché allude all’idea che qualsiasi situazione di vita possa offrire delle possibilità a condizione di toglierne contemporaneamente delle altre e viceversa. Sicché, la delusione data dall’esclusione diventa la fiducia nella disponibilità di una nostra nuova «parte del mondo». Occorre, dunque, considerare ciò che un determinato contesto di vita ha permesso di scoprire e di non scoprire di sé stessi, evitando di attribuire alle contingenze esterne la definizione ultima del proprio valore. Infatti, come afferma Seneca «l’uomo non deve lasciarsi corrompere né sopraffare dalle cose esterne» (ivi, p. 103), piuttosto, «deve puntare esclusivamente su sé stesso, fiducioso nelle sue capacità» (ibidem).

E con ciò, giungiamo a evidenziare un ulteriore elemento di riflessione racchiuso nel pensiero di Seneca. Di fronte all’esclusione, infatti, la porzione di mondo a noi disponibile non solo potrà essere diversa ma anche «ancor più vasta». Questo perché il senso di impotenza e di inefficacia causato dall’insuccesso può far sorgere in noi l’urgenza di intraprendere un intenso lavoro di ascolto e di arricchimento interiore. Un intenso lavoro motivato dall’idea di poter agire su un qualcosa – la nostra interiorità – che, come una sconfinata porzione di mondo, costituisce la qualità imprescindibile della nostra umanità. Sicché il pensiero di Seneca sembra dischiudere la convinzione dell’esistenza di una corrispondenza tra la grandezza disponibile della nostra porzione di mondo e l’approfondimento della nostra interiorità. Infatti, «con la magnanimità», che consegue alla virtù della nostra ragione, ci rivolgiamo «verso il contatto con tutto il mondo», poiché, con essa, precisa Seneca, «abbiamo dichiarato nostra patria il mondo» (cfr. ivi, p. 27). In tal senso, la difficile esperienza dell’esclusione sembra voler dirci che c’è ancora molto che non sappiamo di noi stessi. Impegnarsi a scoprirlo è, in fondo, impegnarsi a rendere più grande il nostro possibile nel mondo.

 

NOTE
[Photo credit Norbert Kundrak via Unsplash]


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