La letteratura e i paradossi: intervista a Gianrico Carofiglio

Magistrato e poi senatore, Gianrico Carofiglio è oggi uno degli autori italiani più noti e apprezzati. Le sue opere spaziano dalla narrativa alla saggistica; esordisce con “Testimone inconsapevole”, è tra i finalisti del Premio Campiello nel 2010 con “Le perfezioni provvisorie”, Guerrieri e Fenoglio sono tra i suoi personaggi principali. In questa intervista conversiamo su alcuni temi a lui e a noi cari: la giustizia, la legge, la morale, il paradosso.

 

Gabriele Iacono – In un’intervista1 ha detto che per fare il pubblico ministero servono due doti paradossali: la passione e il distacco. Sono doti che ritrova anche nella letteratura e in questo senso l’attività letteraria è esplorare i propri paradossi? Ci sono delle differenze tra i paradossi dell’uomo di lettere e quelli dell’uomo di legge?

Gianrico Carofiglio – Credo che ci siano effettivamente delle analogie tra i paradossi del pubblico ministero (o anche del giudice, se è per questo) e quelli dello scrittore. Non c’è dubbio che entrambi debbano saper coniugare passione e distacco, coinvolgimento emotivo e lucidità analitica. Lo scrittore, come il magistrato, deve saper entrare in sintonia con le storie e in empatia con personaggi, mantenendo sempre però la necessaria distanza critica. E, certo, la scrittura può essere vista come un modo per esplorare i propri paradossi interiori, per mettere in discussione le proprie certezze e aprirsi a nuove prospettive.

 

GI – Quello del paradosso è un tema che si ritrova anche in alcuni suoi testi: nel libro Passaggeri notturni tratta proprio dei kōan, definendoli come delle «domande all’apparenza assurde ma in realtà costruite per mettere in crisi la nostra capacità di interpretare il mondo». Personalmente, aggiungerei che oggi a metterci in crisi non sono unicamente le domande ma le affermazioni, gli stati di cose che ci si parano dinnanzi. Dunque, in che modo è possibile stare al passo con la realtà in un mondo che spesso ci sottrae ad essa?

GC – Oggi più che mai siamo bombardati da informazioni, stimoli, affermazioni che mettono in crisi la nostra capacità di interpretare la realtà. È come se vivessimo immersi in una sorta di “kōan collettivo”, fatto di paradossi e contraddizioni. Per stare al passo con questa realtà fluida e sfuggente, credo sia necessario coltivare un atteggiamento di apertura mentale, di sospensione del giudizio. Bisogna saper accettare l’ambiguità, la complessità, senza rifugiarsi in facili certezze. Più o meno quello che fanno i buoni romanzi.

 

GI – In molte delle sue riflessioni, il discorso teorico sull’assurdo, sulla contraddizione, è spesso accompagnato dalla pratica che mira a vincere su di esso e a imporre leggi, direzioni, al mondo; in La nuova manomissione delle parolecita, per l’appunto, Albert Camus e la tesi per la quale ci sia una correlazione tra cogito (pensiero) e ribellione: mi ribello dunque siamo. Come è possibile conciliare il tentativo del singolo di portare a migliore esistenza gli altri e se stesso con un atto di ribellione e la condizione che porta il soggetto a credersi invece “passeggero notturno” e straniero nelle esistenze degli altri?

GC – Non credo che la ribellione e l’impegno per un mondo migliore siano necessariamente in antitesi con la sfera più interiore e solitaria che tutti noi abbiamo. La percezione, a volte dolorosa, della nostra estraneità rispetto agli altri può essere anche premessa per la ricerca dei luoghi, fisici e morali dello stare insieme, del ribellarsi, del progettare il futuro.

 

GI – Quello dell’alterità è un tema (e un problema) particolarmente fortunato nella storia della riflessione filosofica. Parafrasando Camus, si potrebbe dire che innanzitutto l’uomo sperimenta una prima forma di alterità con se stesso: non si conosce appieno, non è sempre padrone di sé e delle proprie azioni. Dunque, è ancora valida l’asserzione dello psicologo Jonathan Haidt, riportata in L’ora del caffè, per la quale prima intuiamo il bene e poi lo giustifichiamo razionalmente?

GC – Credo che l’intuizione morale preceda spesso la razionalizzazione. Molte volte abbiamo un senso immediato di ciò che è giusto o sbagliato, prima ancora di poterlo spiegare logicamente. Questo non significa che la ragione non abbia un ruolo fondamentale nell’etica: è proprio attraverso il ragionamento che possiamo mettere alla prova le nostre intuizioni, chiarirle, renderle più coerenti. Ma è vero anche che la sfera emotiva e intuitiva è imprescindibile per l’agire morale. Siamo esseri complessi, fatti di ragione e sentimento, e solo tenendo conto di entrambi possiamo prendere e sostenere decisioni eticamente fondate.

 

GI – La difficoltà che sperimentiamo nel percepirci nitidamente ha a che fare con il venir meno, oggi e per certi versi, del nostro strumento principale, il linguaggio? Siamo come gli abitanti di Tahiti vittime del proprio dolore per l’incapacità di descriverlo?2

GC – Il linguaggio è senza dubbio uno strumento imperfetto, che a volte fatica a rendere conto della complessità dell’esperienza umana. Ma non credo che sia l’unica causa delle nostre difficoltà nel percepirci nitidamente. Ci sono anche fattori psicologici, culturali, sociali che contribuiscono a rendere opaca la nostra autocoscienza. Forse però è proprio questa opacità a rendere così affascinante l’esplorazione di sé attraverso la scrittura.

 

GI – Oggigiorno, le difficoltà che si parano dinnanzi ai nostri modelli di comportamento sono molteplici, tanto da richiedere, in certi casi, un cambiamento di paradigma all’etica stessa, incoraggiata a inglobare nelle proprie riflessioni altri soggetti (o oggetti) morali: la terra, l’ecosistema, gli animali. È un cambiamento che si richiede anche alla macchina giuridica? In che modo oggi possono essere tutelati “soggetti morali” così diversi da quelli a cui siamo abituati?

GC – Credo che l’etica e il diritto debbano effettivamente aprirsi a nuove forme di tutela, che vadano oltre l’antropocentrismo tradizionale. La crisi ambientale e la consapevolezza dei diritti degli animali ci impongono di ripensare i nostri modelli di comportamento e le nostre categorie giuridiche. Non si tratta di un compito facile, perché implica un cambiamento radicale di prospettiva. Ma è una sfida che non possiamo eludere, se vogliamo costruire un futuro più sostenibile e giusto per tutti gli esseri viventi.

 

NOTE
1. Siamo Noi – Da magistrato a scrittore, il racconto di Gianrico Carofiglio.
2. In L’ora del caffè: «Nel tentativo di individuare la ragione di un altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, Levy scoprí che i tahitiani avevano i vocaboli per indicare il dolore fisico ma non quello psichico. Non possedevano il concetto di dolore spirituale, e pertanto quando lo provavano non erano in grado di identificarlo. La conseguenza, nei casi di sofferenze intense e (per loro) incomprensibili, era spesso il drammatico cortocircuito che portava al suicidio».
[Photocredit Ed Robertson via Unsplash]


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