L’eredità di Giacomo Matteotti a cento anni dalla sua morte

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Giacomo Matteotti, il giovane deputato socialista, brutalmente assassinato il 10 giugno 1924 dalla Ceka fascista. 

Il suo ricordo è inciso nei viali, corsi, larghi e piazze a lui dedicati. I manuali scolastici rievocano il suo efferato omicidio per mano fascista. Ma oltre questo, cosa sappiamo davvero di Matteotti? Se non fosse per la sua persistenza nella toponomastica di molte città italiane e per i cenni nei testi di storia, rischierebbe di scomparire nell’oblio della memoria collettiva.

 Matteotti è stato un antifascista della “prima generazione”, il che potrebbe spiegare perché il suo contributo sia meno noto rispetto a quello dei più celebrati antifascisti degli anni che vanno dal 1925 fino all’epopea della Resistenza del 1943-45. Tuttavia, «ripulita dallo smog delle strade e dalla polvere della storia la figura di Matteotti sembrerebbe fatta apposta per servire all’Italia contemporanea» (G. Matteotti, Contro il fascismo, prefazione di Sergio Luzzatto, Garzanti, 2019, p.5). La dedizione nel perseguire la politica come missione per il bene comune insieme all’impegno per rimediare alle disuguaglianze e contrastare l’interesse privatistico, costituiscono il suo lascito morale per l’Italia di oggi.

A cento anni dalla sua morte, è doveroso ricordarlo come patrimonio comune, poiché la sua vita, le sue idee e i suoi valori sono parte integrante delle libertà democratiche e dei principi sanciti nella nostra Costituzione. Pertanto, ogni via o piazza a lui dedicata dovrebbe valere come esortazione perenne all’antifascismo, a seguire il suo esempio, promuovendo la giustizia e difendendo la libertà e la democrazia.

I suoi compagni lo avevano soprannominato “Tempesta per la natura combattiva, la determinazione e il fervore con il quale si impegnava nella difesa dei diritti dei lavoratori e degli oppressi, per il coraggio nel denunciare apertamente, con documenti e fatti alla mano, la connivenza del nascente squadrismo extra-legale dei Fasci con la borghesia agraria che lo finanziava, e con il governo stesso, che, complice, consentiva le intimidazioni, vessazioni e rappresaglie fasciste contro le organizzazioni contadine. 

Nell’avvincente discorso di denuncia tenuto in Parlamento il 31 gennaio 1921, Matteotti aveva tentato, inascoltato, di scuotere le coscienze: «La classe che detiene il privilegio politico […] ed economico, che ha con sé la magistratura, la polizia, il governo, l’esercito ritiene sia giunto il momento, in cui per difendere il suo privilegio esce dalla legalità e si arma contro il proletariato» (ivi p.56).

 Il 28 ottobre 1922 Mussolini diede seguito alla marcia su Roma, colpevolmente resa vincente dal re Vittorio Emanuele III che non firmò il decreto di stato d’assedio e nominò Mussolini presidente del Consiglio.

Braccato, bandito, aggredito, Matteotti non demorse e per difendere «non solo la causa del socialismo, ma anche quella del nostro paese e della civiltà stessa» (ivi p.60), portò avanti, vigorosamente, la denuncia delle nuove malversazioni fasciste, rendicontate nel dossier Un anno di dominazione fascista. Elencò gli assalti ai giornali, ai circoli, alle associazioni, alle scuole, alle parrocchie, ai consigli comunali, alle sedi sindacali, alle case private, a ogni luogo democratico. Omicidi, agguati, devastazioni, aggressioni, linciaggi, bombe, attentati. Sfregi, bastonate, esecuzioni, stupri e il sistematico ricorso all’olio di ricino, la firma di ogni azione squadristica, volta a garantire che alla violenza gratuita si accompagnasse, sempre, anche l’umiliazione. Un crescendo di impunità, tollerate dalle istituzioni, che anticipavano la sospensione delle libertà democratiche della dittatura fascista.

 Dal 1923 al 24, Montecitorio risuonò delle sue denunce fino all’ultimo J’accuse”, pronunciato in aula il 30 maggio 1924. Un discorso contro i brogli a cui era ricorso il governo fascista per ottenere la maggioranza nelle elezioni politiche del 6 aprile 1924, durante le quali «nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà» (ivi. p.64).

Si racconta che a chi si congratulava con lui, Matteotti rispose: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me». Il corpo di Matteotti fu ritrovato il 16 agosto 1924. È riportato, da varie fonti, che al Parlamento Matteotti aveva pronunciato un’altra frase profetica: «Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai».

Quell’idea nobile, alta e severa della giustizia, continua a risuonare come un monito contro ogni forma di oppressione, ingiustizia, illegalità. Ci esorta a essere vigili e attivi nel contrastare il risveglio dei movimenti neofascisti e nazisti e di ogni ideologia autoritaria e discriminatoria. Continua a ispiraci e guidarci a realizzare un nuovo umanesimo, centrato sul valore e la dignità della persona, la giustizia sociale e la solidarietà, sulla difesa dei diritti umani e dei principi democratici, fondamento della nostra Costituzione e della storia della Resistenza.

 

NOTE
Photocredit Biondi Alberto via Unsplash


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