Perfect days: le emozioni delle giornate e delle vite ordinarie

L’anno nuovo ha portato nelle sale Perfect days, ultimo film del regista tedesco Wim Wenders.
Il protagonista della pellicola è Hirayama (interpretato dall’attore giapponese Kōji Yakusho) un uomo solitario e di poche (pochissime) parole, che per lavoro pulisce i bagni pubblici di un quartiere di Tokyo. Il film ci mostra, attraverso sequenze lente e di una ripetitività ipnotica, come si svolgono le sue giornate, che paiono identiche: sveglia prima dell’alba, lavoro, una visita ai bagni pubblici (quelli tipici giapponesi, dove si va per lavarsi e rilassarsi nell’idromassaggio comune), cena nel solito locale, lettura e buonanotte.

L’uomo sembra sereno, privo di velleità, dedito al suo lavoro e alla sua routine. Viene in mente la seconda regola della morale provvisoria cartesiana, che dice di «essere quanto più possibile fermo e risoluto nelle mie azioni e nel seguire, una volta che mi fossi determinato a farlo, le opinioni più dubbie con non meno costanza di quanta ne avrei usata nel caso  fossero state del tutto fondate»1. Nel corso del film, infatti, veniamo a sapere che Hirayama avrebbe la possibilità di condurre una vita migliore, più agiata, ma per qualche motivo egli ha rotto con il suo passato e ha scelto quel lavoro e quella sua casetta spartana ma accogliente, il suo regno. Resta quindi fermo e risoluto nelle sue decisioni e azioni, e pare gli stia bene così: è un uomo equilibrato, non si fa affettare dagli altri e dal resto del mondo. Le emozioni le tiene a bada perché lo potrebbero travolgere e, qualora ciò accadesse, nulla sarebbe più come prima – anche questo ricorda Cartesio (per non dire ogni filosofia improntata all’equilibrio, a una saggezza pratica e razionale).
Eppure, lo dice Hirayama stesso, tutto cambia, e sarebbe assurdo se non fosse così – Eraclito insegna.

Ma di notte le ombre di Hirayama si fanno più scure: l’oscurità notturna si sovrappone a quella delle ombre oniriche che Hirayama si porta dentro. Immagini in bianco e nero come le foto che scatta in pausa pranzo al parco, alberi e foglie, volti e una mano adulta che tiene quella di un bimbo – potrebbe essere una bambina, forse sua nipote Niko da piccola che ora, quasi adolescente, irrompe per qualche giorno nella sua vita, portando emozioni e conseguenti sconvolgimenti. Portando domande, soprattutto, a cui Hirayama risponde.
“Perché la mamma dice che vivi in un mondo diverso dal nostro?”
“Perché è così” risponde lo zio. “Perché le persone possono abitare tanti mondi diversi che magari non comunicano tra loro”.
Sembra che Hirayama sia chiuso nel suo solipsismo, come una specie di monade leibniziana. Ma in realtà Hirayama intercetta – inconsapevolmente o meno – canali comunicativi che potrebbero portare a dei mutamenti – sarebbe assurdo se non fosse così, giusto?

C’è ad esempio Mama, la proprietaria del ristorante dove Hirayama cena nel weekend: lei in qualche modo lo sente, entrambi sentono le emozioni e le trasmettono attraverso la musica – lui ascoltandola, lei cantando una versione giapponese di House of the rising sun, piena di meraviglia, dolore e consapevolezza.
Anche Niko lo sente: comprende i libri che legge e il suo mondo, che in quel momento rappresenta per lei un rifugio dove scappare dai contrasti con sua madre, la sorella di Hirayama.
Anche la fidanzata del suo giovane e incostante collega, una ragazza appartenente alla Generazione Z, caschetto biondo e vestiti pop, entra per un attimo fugace nel suo universo, quando ascolta una sua musicassetta – è la prima volta per lei, non aveva mai ascoltato la musica da quel supporto. “Com’è diversa la musica, così” dice. La ragazza piange, non si sa perché, e si congeda dando un bacio sulla guancia ad Hirayama, ringraziamento per averle fatto provare emozioni nuove, dolorose ma necessarie per la sua educazione sentimentale.

La vita di Hirayama fa pensare a quella di Stoner, il protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams. Un uomo ordinario che non compie imprese epiche, ma tocca corde particolari e inedite in chi da fuori osserva, suscitando riflessioni scomode. Che cosa sono le nostre vite? C’è davvero, in esse, così tanta ripetitività?
Le nostre vite sono canzoni tristi e allegre, canzoni vecchie che si ripetono ma sono sempre apprezzate, ritornelli che a volte annoiano, ma ci portano avanti, giorno dopo giorno. Fino al giorno in cui qualcosa muta, magari in modo silente e impercettibile.
Le emozioni suscitate in Hirayama da ciò che gli accade lo cambiano, ma egli si concede di provarle quando non c’è nessuno. In macchina all’alba mentre va a lavorare ascoltando la musica che ama (il rock anni ‘70), mentre ride e al contempo piange, è felice ed è triste in un modo che colpisce e disarma lo spettatore.
Qualcosa dei suoi perfect days lo fa piangere, ma qualcos’altro lo fa anche sorridere. Il messaggio di Wenders è semplice, ma efficace: ci fa vedere lo sguardo di un uomo come tanti che si concede coraggiosamente di sentire, sentire per davvero – e questo commuove e dà speranza.

 

NOTE
1. Cartesio, Discorso sul metodo, Hachette fascicoli, Milano, 2016, pp. 73-74
[Photo credit Krisna Yuda via Unsplash]


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