Sul valore della scelta a partire dal pensiero di Jean Paul Sartre

Il filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre ha asserito: «l’uomo ha una dignità più grande della pietra o del tavolo» (J.P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Armando Editore, Roma 2008, p.41). Ovvio! Potreste dire. Ma vi siete mai chiesti cosa distingue davvero l’uomo da una pietra o un tavolo?

A differenza di qualsiasi oggetto che possiede una natura statica e rimane sempre uguale a se stesso, senza avere consapevolezza, intenzionalità o alcuna possibilità di cambiare, «l’uomo, in primo luogo, esiste, ossia, egli è, innanzitutto, ciò che si slancia verso un avvenire e che ha coscienza di progettarsi verso l’avvenire» (ivi, p.41).
Ogni uomo è caratterizzato da un’intrinseca dinamicità, è un essere in fieri, in continuo divenire, a tal punto che ciascuno di noi non è mai ciò che è ora, nel presente, bensì, «quello che avrà progettato di essere» (ibidem), per l’avvenire, in seguito alle sue libere scelte.

Scegliendo ci scegliamo, realizziamo il nostro potenziale. E, dal momento che sono variegate le modalità attraverso le quali ognuno può esprimere la sua umanità, sarebbe limitante racchiudere l’uomo in una sola ed esaustiva definizione.

Anche questo è scontato, potreste pensare. Niente affatto!

Si è soliti pensare di possedere una “comune natura umana”, come un qualcosa di dato e fissato una volta per tutte, che costituisce il punto di partenza di ogni nostra scelta. Invece, in considerazione della nostra natura diveniente, non sarebbe più corretto ritenere che possediamo una “condizione umana comune”? Ci accomuna «l’insieme dei limiti a priori che delineano la situazione fondamentale dell’uomo nell’universo» (ivi, p.65) il fatto «d’essere nel mondo, di lavorarvi, di esistere in mezzo ad altri, di essere mortale» (ivi, p.66). È però in nostro potere, in qualsiasi tempo e in qualsivoglia luogo, cambiare e arricchire di sempre nuovi significati il nostro modo di essere uomini, aprendoci a nuove possibilità e forme di realizzazione.

Tuttavia, farlo non è così facile come potrebbe sembrare, poiché, quando scegliamo e decidiamo di agire, assumiamo su di noi la responsabilità totale del nostro agire e del significato che diamo a noi stessi con il nostro agire.
Secondo Sartre, infatti, «Il destino dell’uomo è nell’uomo stesso» (ivi, p.63). Siamo l’insieme dei nostri atti, senza scuse o scappatoie.

Allora dire a me stesso: “Sono stato impedito dalle circostanze” è insensato. Non vale alcuna giustificazione deresponsabilizzante, basata sull’idea di un destino che ci sovrasta e dirige la nostra vita, vanificando i nostri sforzi.
E quando cerchiamo di convincerci che il nostro passivismo sia solo rassegnazione di fronte agli ostacoli del mondo, ci auto-inganniamo. Credere in un destino prefissato ci offre solo una comoda via di fuga dalle responsabilità, perché, in realtà, se una persona agisce in modo vile, ciò è accaduto perché ha scelto di farlo. Allo stesso modo, chi compie atti eroici ha scelto di affrontare le difficoltà con coraggio.

«Il vile si fa vile, l’eroe si fa eroe» (ivi, p.62). Non sono le circostanze che determinano chi siamo, è il modo in cui reagiamo alle circostanze che ci definisce. Il significato delle nostre vite è nelle nostre mani a tal punto che anche «se non scelgo, scelgo comunque» (ivi, p.68).

Le cose, poi, si complicano ulteriormente se consideriamo che, per ogni scelta che facciamo, ricade su di noi una responsabilità doppia: quando scegliamo siamo responsabili non solo per noi stessi, ma per tutti gli uomini, la nostra responsabilità coinvolge l’umanità intera.

«Infatti, non c’è uno solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo un’immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere» (ivi, p. 42).

Quando agiamo, non stiamo solo costruendo la nostra identità personale, stiamo anche esprimendo dei valori che riteniamo validi per tutti, proponiamo implicitamente un modello di comportamento e un modo di essere che reputiamo degno di essere seguito, possiamo influenzare la comunità a cui apparteniamo, ispirare gli altri a fare altrettanto.
«Scegliendomi, io scelgo l’uomo» (ivi, p. 43). Ogni atto contribuisce alla costruzione di un significato collettivo per l’umanità.

E dunque, se ogni nostra decisione ha sempre ricadute sulla collettività, dovremmo assicurarci che ciò che desideriamo diventare contempli ciò che vogliamo che diventi l’umanità.
Potremmo iniziare a chiederci: “Se tutti agissero come me, quale sarebbe l’effetto sull’umanità?”
Astenersi potrebbe influenzare al disimpegno che lascia il campo libero alle decisioni e alle azioni altrui, anche se non riflettono i valori e gli ideali che riteniamo importanti.
Partecipare attivamente potrebbe indicare che bisogna assumersi in prima persona la responsabilità di contribuire a realizzare la visione dell’umanità nella quale crediamo.
Io concordo con Sartre. Ritengo che «non si può riporre speranza se non nell’agire […] in una morale dell’azione e dell’impegno» (ivi, p.63).

 

NOTE
[Photo credit Javier Allegue Barros via Unsplash]


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